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La prima esperienza d'accoglienza che abbiamo fatto, quando ancora non esisteva la Casa Novella, è stata con un bambino di nome Tiago (nome di fantasia) – racconta Marco Matos – io, che sono pediatra e all'epoca lavoravo nella clinica Ribeiro de Abreu, seguendo quotidianamente i bambini piccoli. Una giorno venne una madre con un bambino appena nato, Tiago, e cominciammo a fare i controlli di routine, come vaccini, consultazioni, orientazione, ecc. Quando raggiunse i 2 o 3 mesi di età notai che lo stato di salute del bambino stava progressivamente peggiorando, il bambino veniva portato sporco, visibilmente dimagrito e sempre più malato, una volta con otite, un'altra volta con diarrea. Anche il comportamento della madre era differente e decisi così di affrontare il problema parlandone direttamente con lei, ma questa sparì, non si fece più vedere. Noi provammo a cercarla, a casa, dai genitori di lei, ma nessuno pareva sapere nulla e alla fine fummo costretti a rinunciare.

 

Passarono sei mesi, Tiago aveva circa 10 mesi all'epoca quando la madre riapparve alla clinica. Quando entrò nel mio studio disse: “Dt. Marquinho, guardi questo bambino, si ricorda di lui? Io non ce la faccio più ad occuparmene”. Tiago presentava una denutrizione di terzo grado, era malato e con infezioni su tutto il corpo. Ne rimasi scioccato, ma, allo stesso tempo fui preso dall' impulso di aiutarlo, desideravo abbracciare quel bambino, quel grido di aiuto che avevo di fronte.

 

Dissi alla donna: “Concordo con lei che non può occuparsi in questo momento del bambino, io ho alcuni amici che lavorano in un asilo qui vicino e se lei è d'accordo, potremmo andare là e chiedere se sono disposti ad occuparsi di suo figlio”. La donna accettò e così ci recammo all'Asilo Jardim Felicidade dove lavorava Silvana, la responsabile. Quando arrivammo dissi al personale: “Ragazzi, dobbiamo aiutare questo bambino”. Immediatamente tutti cominciarono ad occuparsi del piccolo, facendogli fare il bagno e nutrendolo.

Mi stupì molto il comportamento di Silvana. Si rese subito disponibile ad accogliere il bambino. Non lo conosceva, ma lo accettò. E quando le spiegai che il bambino non poteva tornare a casa la notte, che avrebbe dovuto trovare una casa disponibile ad accoglierlo dopo la giornata all'asilo, gli occhi di Silvana cominciarono a brillare e disse: “Allora Tiago resterà con me, in casa mia”. Senza parlarne neppure con il marito, lo portò a casa propria e cominciò ad occuparsi del bambino.

 

Fu la gratuità del gesto che mi impressionò più di tutto, liberamente scielse di dire sì a quello che stava accadendo, abbracciò il bambino, fino al punto di portarlo in casa. Lo curò molto durante vari mesi, tanto è che il piccolo migliorò velocemente. Durante questi mesi fu accolta ed aiutata anche la madre, che riprese così a guardare e ad amare nuovamente il figlio.

 

Dopo alcuni mesi chiese che il figlio ritornasse a casa. Lei diceva di sentirsi sicura, aveva superato il momento di maggior difficoltà e che adesso si sarebbe occupata nuovamente di Tiago. E così ritornarono a casa assieme. Ma, fino ad oggi, loro ritornano a trovare Silvana, per passare le ferie assime. (Testimonianza di Marco Mattos)

 

Questa storia spiega che cosa significa accogliere: appassionarsi per il destino del prossimo, il destino di felicità di quel bambino era legato al nostro destino. A partire da quel momento comincò a maturare l'idea di costruire un luogo sicuro per i bambini che, come Tiago, quotidianamente sono vittime di violenza e discriminazioni, situazioni che, all'interno degli asili Jardim Felicidade, Dora Ribeiro e Etalvina Caetano de Jesus sono puntualmente affrontate.

 

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